Sette guitar riffs degli anni '50

Quando il rock, ancora sporco della sua placenta blues, iniziava ad emettere i primi vagiti... Ci sarebbe stato tempo (ma neanche tanto), per farli diventare veri e propri urli.

Creata il 19 aprile 2013 - 20:18

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gimoretti

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7 Sette guitar riffs degli anni '50

“mr. Sandman” - Chet Atkins, 1954

Gran chitarrista, Chet Atkins. Uno degli inventori del Nashville sound, lo stile che avvicinò al country gli amanti del pop e del rock. Così come fu il pioniere del "tapping", una tecnica che sarà usata anche da Eddie Van Halen. Non per niente "Rolling Stone" l'ha inserito al 21° posto nella classifica dei più grandi di tutti i tempi.
"Mr. Sandman" è una canzone popolare scritta da Pat Ballard, e registrata per la prima volta dal gruppo The Chordettes.
Il Sandman è la figura folkloristica portatrice di buona notte e sogni d'oro.

6 Sette guitar riffs degli anni '50

“Have love, will travel” - The Sonics, 1959

A dire il vero, se il pezzo di Richard Berry è del '59, la versione dei Sonics è del '65. Ma il trattamento garage-rock a cui sottoposero l'originale doo-wop lo trasformò completamente. Sei anni dopo gente come i Kinks si era già fatta sentire, influenzando non poco i Sonics.
E per il vero autore, non era la prima volta: gli era già successo con "Louie, Louie"... e proprio con i Kinks.
Di "have love..." non è male neanche la recentissima versione dei Black Keys.

5 Sette guitar riffs degli anni '50

“Hoochie Coochie Man” - Muddy Waters, 1954

Quante versioni ci sono state, dal 1954, di questa pietra miliare del blues? Da Alexis Korner a Hendrix, dagli Allman Brothers a John Mayall, fino ai Motorhead...
Nel linguaggio del blues con il termine "Hoochie Coochie Man" si indicava un uomo ossessionato dall'alcol (hootch) e dalle donne (il termine "cootch" indica il sesso femminile). L'"hoochie coochie" fu anche un ballo sensuale e provocante divenuto di moda durante e dopo la Chicago World's Fair del 1893.
Ma la canzone è piena di quei simboli voodoo che intrisero il blues: dal Mojo (un talismano afro-americano legato alla sfera sessuale), al "black cat bone" (l'osso di gatto nero), che aveva il potere di concedere l'invisibilità se messo sotto la lingua, fino a "John the Conqueror", la radice di un tubero: dava fortuna in amore, al gioco e negli affari...

4 Sette guitar riffs degli anni '50

“Summertime Blues”- Eddie Cochran, 1958

Cochran condivide con Buddy Holly il triste destino del grande talento morto giovanissimo (22 lui, 23 per Buddy). Ebbe comunque il tempo di lasciarci perle come "C'mon Everybody", "Somethin' Else" e questa,"Summertime Blues". Il rockabilly di Eddie (che era un pluristrumentista, capace di utilizzare tecniche nuove come il multitrack recording e l’overdubbing) fu uno dei semi destinati a dare frutti splendidid e duraturi.
Tra i seguaci: gli Who, i Beach Boys, i Beatles, Blue Cheer, i Led Zeppelin, Rush, Humble Pie….

3 Sette guitar riffs degli anni '50

“I'm a man!” – Bo Diddley, 1955

Il segreto, qui, è la semplicità. Che d'altra parte ritorna spesso nel blues primitivo di Diddley. E che, insieme a quella di personaggi come Robert Johnson, Mississippi John Hurt, Son House ha costituito la formula che molti (quasi tutti) dopo di lui svilupperanno.
La cosa bella di "I'm a man", infatti, è proprio la sensazione di conoscerla già: del resto gente come gli Who e gli Yardbirds (versione Jimmy Page) ne fecero una cover, per non parlare di quella famosissima di George Thorogood, "Bad to the Bone".

2 Sette guitar riffs degli anni '50

“Rumble” - Link Wray, 1958

Il capolavoro strumentale di Link Wray, di una semplicità ascoltabilissima e contagiosa, fu proibito in molti stati americani per “incoraggiare la delinquenza giovanile” (“rumble” sta per rissa). Riuscì a influenzare un gran numero di band, soprattutto inglesi, come gli Stones e gli Who. A dispetto dei suoi 50 anni e passa è ancora attuale, come testimonia la ripresa che ne ha fatto l’artista di avant-hip hop Death Grips nella sua durissima “Spread Eagle Cross the Block”.

1 Sette guitar riffs degli anni '50

“Johnny B. Goode” - Chuck Berry, 1958

Che dire di un riff chiamato a rappresentare uno dei tre esempi di musica (americana) inseriti nella navicella Voyager, destinata a introdurre l’umanità agli alieni? Che dire del protagonista della canzone, “colored boy” trasformato poi in “country boy” (per paura che le radio potessero non trasmetterla), che rappresenta proprio quel sogno di successo che il suo autore seppe realizzare? E del suo stile chitarristico, senza il quale non ci sarebbe stato, ad esempio, quello di Keith Richards (almeno per come lo conosciamo)?
E che vuoi dire? Taci e ascolta.

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