Sette forme del silenzio.

Il silenzio nel cinema, nella pittura, nella poesia, nell'architettura, nella musica.
Alla fine, il silenzio, è uno dei modi migliori per esprimersi.

Creata il 1 luglio 2013 - 00:50

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giancarlo

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7 Sette forme del silenzio.

Scena da “8 e 1\2”, Federico Fellini, 1963

Per Fellini il silenzio coincide spesso con il momento del sogno: il tempo ha una sospensione, la musica tace… al massimo si sente il sibilo del vento, o l’incomprensibile chiacchiericcio di sottofondo di alcuni personaggi (quello che si potrebbe ascoltare in un dormiveglia).
Corrisponde a una pausa, che il protagonista o il film si dà, per riposarsi un po’, per prendere tempo, pensare o rinviare una decisione.
C’è tutta l’intimità del Fellini bambino nei suoi silenzi, quello che si ritrae dal mondo caotico e ristretto dei grandi, per ritornare a volare, ancora un po’.

6 Sette forme del silenzio.

"Gare Montparnasse" (La mélancolie du départ ), Giorgio de Chirico, 1914

I quadri metafisici di De chirico contengono scene sempre uguali: piazze vuote (almeno d’uomini) invase da una luce pomeridiana, come la lunghezza delle ombre lascia intuire; poi treni di cui gli sbuffi di vapore, perfettamente verticali, tradiscono l’immobilità.
Tutto è sospeso, immobile, e se gli orologi rappresentati non son capaci di indicare il tempo (luce, ombra e ora non corrispondono), la scena sfugge alla stessa prospettiva, cioè quella tecnica che dovrebbe rappresentarla e quindi, in qualche modo, dominarla. Su ogni cosa domina il silenzio: e del resto, quale suono potrebbe emettere, una scena (una realtà) che non esiste? Essa è infatti solo lo strumento, fornito da una razionalità inadeguata, con cui indagare l’enigma di ciò che si cela dietro ciò che vediamo, in cui ci muoviamo: povera, inutile e muta geometria.

5 Sette forme del silenzio.

“Come il sorriso”, Alfonso Gatto, 1941/49

Il sorriso è spesso associato al silenzio. Forse perché contiene più parole di quante sarebbe possibile esprimere.
Ma in questa poesia, forse, il silenzio è più collegato all’immagine muta del ricordo, una sorta di fotogramma che randomicamente ci appare, richiamata chissà da cosa, a rammentarci un pezzo di noi stessi.

4 Sette forme del silenzio.

The Indian Institute of Management, Louis Kahn, 1962-1974

Se da sempre l’architettura è stata associata alla musica, può esserlo anche al silenzio.
Kahn è stato un grande interprete di questa qualità dell’architettura, vera come può esserlo un colore o una certa forma: che è data forse (è più facile esprimerla a posteriori, che codificarla in anticipo) da una particolare dilatazione del vuoto fra i pieni, dal modo in cui la luce “riempie” uno spazio, ma soprattutto da una particolare condizione psicologica che quello spazio è in grado di indurre nel visitatore.
Ad Ahmedabad, ad esempio, questa è ottenuta facendolo entrare attraverso un ingresso posto sull’angolo dell’edificio (cioè nel punto di maggiore tensione dei volumi): ma invece di ritrovarsi all’interno, questo si ritrova su una sorta di camminamento sopraelevato, nel lato intermedio di un cortile aperto a forma di “U”, che ha di fronte il vuoto.
La sorpresa, lo straniamento di ritrovarsi ancora “fuori” invece che “dentro”, il senso di sospensione (anche fisica, dato che si cammina più alti del terreno), l’edificio che non si conclude, ma si apre verso il verde… tutto concorre a creare l’immagine del silenzio.
Altrove, le grandi “moon window”, bocche circolari come quelle di un’enorme cassa di chitarra, fanno sì che l’edificio sembri solo momentaneamente muto, ma in grado di risuonare come un gigantesco strumento musicale.

3 Sette forme del silenzio.

“Sunlights in cafeteria”, Edward Hopper, 1958

Nei quadri di Hopper il silenzio risente solo in parte dell’equazione dechirichiana: luce irreale + assenza di movimento= silenzio. A parte che la luce (comunque fondamentale) non è necessariamente irreale, qui, dietro ogni silenzio, c’è un racconto, una storia nascosti. Il silenzio metafisico lascia posto ad uno interiore, umanissimo.
Le atmosfere sospese, la luce bianca del tardo pomeriggio o quella artificiale, le architetture adorne di suppellettili sono solo la scenografia di una tragedia muta.
Anche in “Sunlights in cafeteria”, sebbene sia la donna che l’uomo sembrino accennare ad un piccolo gesto delle mani, in realtà guardano altrove, e non è detto che sia volutamente. Forse neppure si accorgono l’uno dell’altra.

2 Sette forme del silenzio.

“4’33””, John Cage, 1952

Cage è stato il compositore musicale più vicino ad un pittore astratto: se per Kandinskji l’opera pittorica si “completava” attraverso la sensibilità sempre diversa di chi la guardava (e solo allora), per Cage la musica è solo nell’intenzione di colui che l’ascolta. La musica è dappertutto, il compositore non la crea, si limita a “liberarla”, ma sarà sempre l’ascoltatore a scegliere cosa sentire e percepire come tale.
Tutto può essere musica, e dunque il silenzio non esiste, è solo apparente, serve solo a evidenziare il potenziale sonoro ed espressivo di ciò che ci circonda.
Nello stesso periodo in cui Cage componeva “4’33”, il suo amico-amante Robert Rauschenberg realizzava una serie di quadri completamente bianchi, la cui percezione variava a seconda della qualità della luce dell’ambiente in cui erano esposti.

1 Sette forme del silenzio.

Scena del parco da “Blow up”, Michelangelo Antonioni, 1966

“Blow up” è un film sull’incapacità di conoscere la realtà. Un fotografo, dopo aver scoperto per caso la preparazione di un omicidio, trova il cadavere della vittima, poi torna sul luogo del delitto ma quello non è più lì: è stato reale, o si è trattato di una specie di sogno?
Il metodo con cui scopre il crimine è quello di un progressivo ingrandimento di una foto apparentemente insignificante, come se la realtà fosse un campo (il parco) denso di elementi, da lontano poco importanti, ma che indagati ci rivelano qualcosa: o meglio, “sembra” che ci rivelino qualcosa, perché alla fine ne sappiamo quanto prima…
Ecco, qui il silenzio sembra essere la condizione essenziale per tentare questa ricerca, per capire: fuori dal caos della swinging London, in un parco (il Maryon Park di Charlton), all’interno di una radura racchiusa dagli alberi, mossi dal vento.
E’ interessante vedere come in questa scena si ritrovino alcuni degli elementi visti prima: il silenzio, in realtà, non è mai tale (lo stormire delle fronde degli alberi), solo un diverso scenario da scandagliare (Cage); il silenzio può essere espresso da uno spazio (il vuoto racchiuso della radura), come la proporzionata cesura di un pieno (Kahn); il silenzio come valore metafisico, simbolo di una realtà inconoscibile, che non ci parla né si rivela (de Chirico).
A queste sensazioni ne aggiungerei un’altra, del tutto personale: quella, un po’ magica, legata alla consapevolezza di qualcosa che si è perduto per sempre, il silenzio di chi cerca di ricordare, ascoltando sé stesso.

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